Storie
Il futurciclo di Mario Schifano

Gli aspetti positivi della vita hanno a che fare con la leggerezza. È una certezza semplice eppure non così scontata. Quanta pesantezza c’è intorno a noi? La pittura leggera e potente di Mario Schifano ha un che di solare e nello stesso tempo di travolgente. È essenziale e priva di fronzoli. È bella per chiunque e comunque. Che quel pazzo scatenato avesse un debole per la ciclo è un mistero buffo. 
La fatica non la contemplava. Non rientrava nelle sue categorie di pensiero. E nemmeno nel suo agire quotidiano. Anche nella sua arte non c’è fatica, solo potenza smisurata.
Se devo pensare a un ciclista moderno, Mario per me è parente stretto di Mark Cannonball Cavendish. I due sono fratelli in creatività, genio e sregolatezza. Mark aveva provato a inquadrarsi in una squadra sclerotica come Sky. Appena ha potuto, è scappato. Lo stesso vale per Mario: nessuno è mai riuscito a chiuderlo in gabbia. Chissà cosa vedeva nella ciclo. Forse un’energia primordiale e catartica che la sua sensibilità spiccata riusciva a percepire nel fruscio delle ruote che girano. Le tele enormi e di stampo futurista dedicate alla bici sono meravigliose. Non c’è afflato ideologico, non c’è la retorica del rombo dei motori, dell’uccisione del chiaro di luna. C’è solo una bellezza spontanea, come l’amore su una terrazza che guarda il Pincio, come una fungata con Mick, Anita e Keith chissà dove.
Comunque a Mario la bici piaceva davvero. Come il sesso e le droghe. Non è un caso che la sua prima mostra, datata 1960 e con un peloton di tutto rispetto, sia stata approntata in una galleria chiamata La salita. Nel 1989 il Tour lo chiama per disegnare le maglie di quell’anno. Quello della beffa di LeMond su Fignon: lo statunitense batte il professore di soli otto secondi. E pensare che Fignon, è riuscito a perdere un Giro a causa di un mega protetto Moser di nuovo per pochissimi secondi.
Ma a Mario queste cose non importano. La vita è un giro, un ritmo, un frullio. Bevila, fumala, sniffala, scopala e creala. Per prendere quello che viene, per correre fin che ce n’è. Coi pennelli o sui pedali, che differenza fa?
Allez Mariò!